Un episodio tremendo, che scuote e interroga. A Silvi un 17enne con disabilità è stato aggredito nei giorni scorsi da due coetanei. I giovani lo avrebbero colpito per sottrargli il telefono cellulare, per poi gettarlo all’interno di un cassonetto dei rifiuti. Un gesto di violenza che va oltre la cronaca e impone una riflessione più ampia sul disagio giovanile e sulle responsabilità educative. Per approfondire il tema abbiamo raccolto il parere della psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, che invita a concentrarsi su un concetto chiave: il limite.
Secondo la professionista, episodi come quello di Silvi non possono essere liquidati come semplici “bravate”. “Sicuramente quanto accaduto è il risultato di un processo. Questi giovani avranno dato segnali anche prima di compiere un atto tanto crudele: atteggiamenti di arroganza, di non ascolto. Alla base vi è una mancanza di comunicazione e l’incapacità di rapportarsi in modo sano tra genitori e figli”.
Ma non basta intervenire solo sui ragazzi. “Occorre lavorare anche sulle famiglie, che vanno formate e indirizzate nel riconoscere eventuali segnali disfunzionali. È importante porre attenzione a quella che, da un punto di vista analitico, può essere definita la funzione del ‘padre educativo’: una figura adulta capace di rappresentare un punto di riferimento solido e sicuro, stabilendo confini e responsabilità”.
Secondo la psicologa psicoterapeuta, il conflitto, se sano, è uno strumento di crescita.“Se si cresce in un clima in cui il conflitto viene evitato, si trasmette l’idea che la diversità non sia tollerabile. Vale sempre il principio secondo cui ciò che si conosce si gestisce, ma ciò che non si conosce ci gestisce in modo disfunzionale”.










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